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Per non saper né leggere né scrivere(1)
Anche voi leggete libri sempre più corti, ammettetelo. Più brevi e più semplici. Quando ne leggete uno complesso vi sembra di aver fatto qualcosa di formidabile...

18 febbraio 2004 | Enzo Fileno Carabba

 

L’era del tanghero

Anche voi leggete libri sempre più corti, ammettetelo. Più brevi e più semplici. Quando ne leggete uno complesso vi sembra di aver fatto qualcosa di formidabile. Vi guardate in giro con un sorrisetto fiero aspettandovi che qualcuno vi dica bravo (aspettere un pezzo). Di solito lo leggete d'estate, e a settembre lo raccontate a tutti. A settembre siete pieni di buoni propositi. Tutti a settembre venite da me e mi riassumete fino alla nausea libri meravigliosi. Dovrei espatriare, a settembre.
Però le ulteriori letture meravigliose e originali che avevate progettato sulla spinta dell'eroico periodo estivo si perdono con i primi fredddi. Oppure, se la vita vi costringe a fingere di conoscere tutto (che esistenza miserabile, però) adottate tecniche di lettura veloce, una cosa perversa per cui sarete puniti nell'adilà.
Ah no? Mi dite che non è così?
Se non è così, se leggete mostruose quantità di libri complicatissimi come facevate qualche anno fa, allora me ne rallegro, vi faccio i miei complimenti. Vuol dire che siete bravi, ma anche fortunati. Siete dei privilegiati, la mamma vi rimbocca le coperte, avete ereditato i pozzi petroliferi della nonna Abelarda, vendete missili per guerre preventive, o mine antiuomo per diffondere la civiltà definitiva. Sono contento per voi. Mandatemi dei soldi. Fatemeli avere al più presto.
Sul versante della scrittura è la stessa cosa. Se prima scrivevate, ora scrivete di meno. Non dite di no. A meno che non siate diventate degli autori di best seller, o non siate dei nababbi per conto vostro, voi scrivete sempre meno. Se mai avete scritto.
Quando dico voi, intendo in qualche modo gli addetti ai lavori, gente che più o meno ha sempre gravitato attorno ai libri. Gente che è cresciuta leggendo, o scrivendo.
Se voi stete ridotti così, e io sono uno di voi, figuriamoci gli altri.
La verità è di questi tempi la nostra vita non è concepita per leggere e per scrivere. Soprattutto non è concepita per leggere, perché per leggere ci vuole una grande generosità, una grande disponibilità, mentre a volte chi scrive è mosso solo da un feroce narcisismo, perfettamente in linea con i tempi.
E' il ritmo della nostra esistenza che è micidiale. Non c'è bisogno che te lo dica io però te lo dico lo stesso. Se entri in un ufficio quialsiasi, tanto per dire, sei accolto da vari strati di suoni meccanici e nevrotici che fanno da sottofondo a attività insensate che ci sembrano della massima importanza. Quei suoni non li avvertiamo neanche più, ci sembrano normali. Invece sono il sintomo di un ottundimento collettivo.
Noi siamo una civiltà in cui il massimo piacere per la maggior parte degli uomini è trovare parcheggio. E' quando troviamo un posto nel groviglio cittadino che veramente esultiamo, anche quelli che leggono Seneca (io non ne conosco, comunque).
Noi siamo una civiltà che per la prima volta della storia si vergogna degli oggetti che produce: bottiglie di plastica, lattina, pannolini che resistono millenni, e così via.
Noi siamo una civiltà che ha prodotto persone che hanno paura a entrare in posti dove il telefonino non ha campo. E a volte si tratta di baldi giovani che amano gli sport estremi, cosidetti estremi.
Questo per parlare dei piccoli segni.
Sembra che un'intelligenza maligna orchestri le noste vite per impedirci di coltivare la capacità di concentrazione.
Cosa volete che leggiamo e che scriviamo.

Tengo corsi di scrittura, in poche parole faccio scrivere racconti e poi ci ragioniamo su. Prima insegnavo solo agli adulti. Da qualche anno lo faccio anche nelle scuole superiori. Ho visto che per la maggior parte delle persone, concentrarsi a lungo è impossibile. Nessuno segue più un ragionamento completo. Ma non perché sono scemi, non sempre almeno. E' come se il ragionamento non fosse più richiesto, non fosse più utile.
Un ragionamento vuole che da un punto A, passi al punto B, poi al C e infine al D. Questo non è più possibile, o avviene solo in circoli ristretti, sempre più simile a sette. Normalmente tutti si avventano sul punto A, per dimostrare di esistere, seguendo un modello di comportamento televisivo, quando non restano segregati dietro muri di apatìa.
A proposito della televisione, mi rendo conto che non è originalissimo tirarla in ballo. Ma non è più il tempo per essere originali. Un mio amico(2) sostiene una tesi interessante: la televisione andrebbe bene se per guardarla tu dovessi, mettiamo, piegarti su un tubo che esce da terra. Se la televisione comportasse un minimo sforzo, anche solo fisico, invece dello stravaccamento in poltrona che tu ben conosci, allora andrebbe bene.
Dicono: ma se vuoi la spegni.
NON E' VERO! Maledette teste a pinolo! Dato che tutti la guardano, anche se tu non la guardi sei comunque circondato da quelli che la guardano. Sono loro che comandano, i tangheri ti dicono come vivere. “E' l'era del tanghero” dice il mio amico.

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(1) Per non saper né leggere né scrivere è una frase che diceva sempre mia nonna, a cui dedico questo testo.

(2) Il mio amico è un pittore che si chiama Carlo Romiti, non è parente di quel Cesare, ci tengo a precisarlo. Sua è la riflessione sul rapporto tra l'uomo contemporaneo e l'estasi da parcheggio, e suoi sono molti altri spunti che qui ho elegantemente copiato.

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